Prima, durante e dopo il Rally del Portogallo è successo di tutto, dal Fafe Rally Sprint, la “miccia” della passione che ha arso l’animo dei presenti, una sorta di antipasto che ha confezionato già la soverchiante superiorità di Ogier. Sulla quale, ormai, ogni commento didascalico, è superato e superfluo, la prestazione vale per se stessa, uno sfoggio di potenza e forza più che chiaro. Attorno al “faro” Ogier, però, ruota un cosmo più “picaresco”, per così dire rocambolesco e pernicioso, giacché il motivo conduttore può essere proprio rintracciato in quello spirito che ha animato un evento, nel suo insieme, turbolento. La pioggia prima imperturbabile seviziatrice, ex ante allestitrice di un campo da battaglia aspro, poi ragione giustiziera e giustificatrice di un weekend di marcati chiaroscuri. E’ il volano della Hyundai, ma falcidia pure una somma ingente di equipaggi. Un appuntamento che, complessivamente, ammette una pluralità di piloti al vertice, ribaltando, alla maniera della parodia, quei valori fissi che descrivevano una crisi ormai perdurante dei grandi interpreti del WRC, fra i quali Hirvonen, in riscatto, prima di tutto, di onore. E chi, come Kubica, di cui si è parlato fin troppo, cade in un “cupio dissolvi”. Un ritratto, quello offerto dal Rally Portogallo, come di consueto impassibile ed unico nel restituire una proporzione ideale ed equilibrata, perché la gara portoghese, nella sua stratificazione di forme, garantisce una validità certa e consolidata, una “quintessenza” estranea ad altri rally, decisamente più uniformi rispetto alla gara Portoghese che sembra il bacino dell’eterogeneità, una koinè comune che fonde la ricchezza di linguaggi sportivi e tecnici in unico evento.


CLASSIFICA DEI PROTAGONISTI

Sébastien Ogier 10
Volkswagen 9

Poco da aggiungere alla monumentalità della figura, che, in quanto tale, non è altro che modello di riferimento e ispirazione per il restante schieramento; il gusto della competizione che ormai potremmo definire “ogieriana”, tuttavia, si discosta dal filone percorso da Loeb, che ha sempre vantato cerchie ristrette di rivali. Risulta perfino un traguardo importante la stessa possibilità di confrontarsi con il francese che, regole favorevoli a parte, a dispetto di quanto affermato da VW, le quali tendono tutt’altro che ad un bilanciamento delle prestazioni, rivela un senso dell’assolutezza della propria forza anche nella prima giornata, in cui, solo sulla carta, è costretto al ruolo spiacevole di apripista. Sul viscido però, da un lato c’è l’occasione di far affiorare la dote del campione che colma le lacune di grip, dall’altro una maggiore parificazione del potenziale. E, per una volta, viene pertanto rievocato Hirvonen a contrastare un potere totale, ma l’assedio a quella che è una vera propria roccaforte fallisce, ancora una volta. E’ un mantra che si ripete, un ineffabile forma di supremazia, la quale, avversari a parte, si manifesta sempre in un assortimento limitato, erede di un alquanto recente machiavellismo sportivo. TAGLIENTE


Mikko Hirvonen 8/9
Ford 7½

Una volta all’anno è possibile uscire da se stessi, suggeriva Seneca: è ciò che ha fatto Hirvonen, spezzando quella lacerante condizione, vissuta specialmente in Citroen, di subordinato, legato da una camicia di forza; la Ford, definitivamente, sembra essere la sua casa.
E’ innegabile d’altronde, che al momento del ritorno alle origini messe da parte le difficoltà annesse, dopo una fuga dall’accentuato senso della momentaneità, è stato richiamato alla sfera di una squadra che le è più vicino. E la ricostruzione è ripartita in modo spedito: il primo podio, prima ancora del valore in ottica puramente aritmetica o peggio ancora pratica, assume l’ideologia del riscatto morale, un conto mai pagato dal Rally Portogallo, con la quale ha una diatriba aperta dal 2012. E di qui al 2013, ha costituito una prima dimensione credibile l’attacco di Hirvonen alla soverchianza VW, un accenno o un abbozzo che dir si voglia, ma condotto fino ai limiti del possibile. Il finlandese, poi, pilota che ha insito il realismo dell’esperienza, è ancora più sottile nel calcolarli, i limiti. E l’imbarazzo, in fondo, è tolto. LA FORZA PER RIPARTIRE

Mads Ostberg 7½
Citroen 7

E si passa, dal riedificatore Hirvonen, al già radicato Ostberg che comincia a stabilire le prime e timide certezze, dopo un annus horribilis, disgregatrici di una solida struttura. E se la partecipazione dei francesi pare sempre più debole e fragile, molto più granitica è la figura del norvegese, che punta ad un rilancio combinato della casa con quello della propria carriera. In realtà è stata la “gara del velluto” per Ostberg, una “riscossa flemmatica”, incisiva come sempre, ma senza punte estreme, privo di quei “traboccamenti”, gli eccessi che lo conducono all’errore. Anzi, è stata una vera e propria presa di coscienza, nel constatare prima lo scarso feeling in condizioni di scarso grip, anche a causa di scelte troppo conservative in ambito strategico e poi nel determinare un recupero efficace. Andando, ancora una volta, a bussare alla porta dei contendenti di testa…SORNIONE

Andreas Mikkelsen 6/7

Il norvegese di casa Volkswagen ha il piglio per stare con i privati e batterli sul finale con grandi manovre, dettate dalle sistematicità, il pentagramma di tutta la sua performance. Non spicca per altisonanti prestazioni e non va neppure a colmare quella porzione assente, lasciata da Latvala, nel far combaciare al successo personale di Ogier quello più ampio di squadra. Va a piazzarsi ai piedi del podio, ringalluzzito da un testa a testa con Solberg concluso con esito positivo, mentre è meno entusiasmante, se non proprio svilente, l’approccio nelle prove viscide introduttive, cauto e abbottonato. Solo con una risalita a sprizzi di creatività e linearità, può raccogliere le briciole ai piedi del convivio dei tre sul podio.


Henning Solberg e Martin Prokop 7

E’ fatto frequente e noto che ogni avversità favorisce i più guardinghi privati, attenti a interpretare con l’occhio della sentinella le vicissitudini di alta classifica. E già sul fango, è affiorata tutta l’abilità con cui Solberg, privato sì, ma di lusso, attraverso la quale si è concesso un interessante siparietto ad inizio gara con Mikkelsen; vicende, evidentemente, marginali, per gli scontri titanici in zona podio, ma dall’indubbio valore; non un cupio dissolvi alla Kubica, bensì un’accorta politica di autoconservazione e preservazione. Che sfida le eccentriche gesta dei più.


Thierry Neuville 7+ e Juho Hanninen 5½
Hyundai 6

Molto brillante la prova dell’uno, decisamente più scarna e povera di contenuti quella dell’altro. Tre volti in costante confronti in casa Hyundai, che determinano apertamente un equilibrio interno alla squadra, impietoso e comunque segnato da stridenti contrasti, inammissibili in un team che ha la vocazione o se non altro l’ambizione del leader, tutto giocato fra il trascinatore Neuville, il propulsivo Sordo, di cui parleremo e il più flemmatico Hanninen. Nel mezzo, il vuoto, assemblato dalla Hyundai stessa, che ha forgiato l’interessante quanto inaffidabile i20, capace di stroncare la robustezza del trinomio. Tutta la trasmissione è sotto indagine, evidentemente, dal momento in cui tutti i piloti hanno potuto sperimentare- sulla propria pelle- le scottature di una potenza che spesso non viene adeguatamente trasmessa. Metafora, dunque, dell’angusto ingresso vissuto dal team coreano, fra la vivacità del pimpante team e delle sue due punte, accostato alla doppia velocità delle seconde guide, Atkinson e Hanninen, specchio di una squadra dimezzata. Ed inevitabile è stata la staffetta Sordo-Hanninen in Argentina. COPPIA A DUE FACCE


Jari-Matti Latvala 6-

E’ sempre vero che l’aquila non caccia le mosche, assioma e concetto per descrivere l’inadeguatezza, da sempre esistita nel finlandese, nell’affrontare traguardi eccellenti a cui sarebbe preposto. La popolarità di Latvala sembra da panem et circenses, amato dal pubblico come sempre, il gettare il cuore oltre l’ostacolo è il valore aggiunto del pilota; il problema, però, è che non c’è linearità nella prestazione. E’ una questione discussa fino all’orlo dello stucchevole e con la gara portoghese un’etichetta, un timbro, perché non risulta più possibile comparare un talento grezzo, allo stato selvatico, con il team mate Ogier. Manca l’eleganza e lo stile, ma il forsennato finlandese si fregia, comunque, di prestigiatore, lontano dai traguardi di gloria del francese, ma molto più vicino alla purezza dello spettacolo della sua guida, mai conciliata e rasserenata. FRA L’ESTROSITA’ E LO SMARRIMENTO

Dani Sordo 7/8

Marcatamente segnato da un forte esprit, Sordo è capace, al di là dei protagonismi, di far convivere emisfero razionale ed emisfero impulsivo, le due fette del repertorio sportivo che sono indispensabili e inscindibili in una buona prestazione. Batte così “i lacci e lacciuoli” della propria vettura, ancora acerba e traditrice, come si rivelerà poi a meno di cinquanta chilometri dal traguardo. Le pugnalate alle spalle della i20 lo avevano già estromesso dal Montecarlo: si ripete il problema, ma in compenso porta in cascina le due vittorie di speciale del venerdì, oltre che la salda convinzione di non essere più un mercenario Hyundai, ma ormai un pilota regolare. Da cui i coreani non si possono separare, per avviare, dopo le prime tappe tribolate, un iter di certezze, a partire dalla puntuta guida dello spagnolo, finora caduche.


Elfyn Evans 6 e Kris Meeke 5

I due britannici sono l’alveo della speranza di una nazione che vede quelli che sono i “figli” di McRae, essendo già stata lunga l’assenza della Union Jack in una categoria che pure le vicina. E se da un lato Evans è in fondo il prodotto ultimo della scuola britannica, promettente sì, ma che con le proprie mani si è incartato nelle trappole svedesi e portoghesi. Tuttavia, il pilota davvero privo di alibi, è Kris Meeke, il quale, invece porta sulle spalle il raccolto di molti anni di esperienza, senza aver mai piantato il seme del successo, mietendo dunque ciò che rimane, ovvero la rigidità in prova, imprecisioni ed errori marchiani che sembrano piuttosto un flashback.

CLASSIFICA WRC2

Nasser al Attiyah 8½

Si riparte dalla tabula rasa, un reset della mente e della dotazione per ritornare ab ovo, dalle origini del suo ingresso nelle prove mondiali, nelle sfide che sono più vicine al qatariota, quelle del Medio Oriente e della vasta galleria del WRC2: non una retrocessione, ma un ricongiungimento con la tradizione che gli è più propria ed affine. D’altronde, da un punto di vista sia quantitativo che qualitativo, si apre una visuale ancora più ampia nel WRC2, con gli ingressi di Ketomaa e Tidemand, sin dall’inizio i rivali più credibili e forti. Rinvigorito dal proprio repertorio, l’ambizione è già fissata, con il titolo che se non è portata di mano, è senza dubbio fonte di brama per per Al Attiyah, consapevole della tendenza al disgregamento dei più giovani avversari.

Jari Ketomaa 8

Scemati i sogni di successo solo nel finale, il finlandese si avvia all’ardua esperienza del WRC2 con qualche certezza in tasca in meno rispetto al qatariota e nemmeno con la giovanile forza propulsiva: conserva e custodisce piuttosto l’esperienza, che è conoscenza dei particolari, circa i fondi europei che sono il suo terreno di caccia. Il distacco, che è minimo, lascia trapelare quella larga fetta di possibilità a sua disposizione per conquistare un titolo di una stagione agli esordi.


ALTRI:


Pontus Tidemand 7+

Karl Kruuda 6/7

CLASSIFICA WRC3

Stéphane Lefebvre 8

Il sottile e raffinato pilota francese va alla conquista del primo appuntamento del JWRC-WRC3, dopo la delusione bruciante dell’esperienza del campionato Junior europeo. Se vogliamo, un parallelismo delle due vie è quantomeno netto, dal momento in cui l’altra figura forte, Jan Cerny, è risultato molto meno tonico sulla DS3, vettura a trazione anteriore, ma più vicina in termini di standard tecnici alle categorie maggiori. E volendo ancora speculare, un parametro più realistico, un vero e proprio spaccato, è proprio offerto dal WRC3, nella forma e nella sostanza la “bretella” più vicina alla via maestra del mondiale. Un vivaio autentico, nel quale Lefebvre se non ha spiccato per eccesso di esuberanza, ha lasciato piuttosto affiorare tutto l’eccesso di acume con il quale ha amministrato la propria performance, riuscendo a ribaltare una situazione positiva in una ancor più redditizia.

Martin Koči 7½ e Christian Riedemann 7½

C’è poi chi cresce in fretta, come lo slovacco Koci, che in un paio di anni si è già issato al ruolo di scheggia impazzita in ambito internazionale, mostrando, ancora una volta, quanto la scuola ceca sia capace di assemblare ottimi drivers. Dall’altro fronte, è secondo un buon Christian Riedemann che si mostra tonico e versatile, senza dimenticare, però, che alla seconda stagione nel WRC3, sarebbe stato lecito attendersi qualcosa di più, vantando una conoscenza più che ricca dei percorsi del mondiale. Ammesso, fra l’altro, che davvero sia il compendio delle speranze tedesche nel WRC e non solo un fuoco fatuo.

Simone Campedelli e Alastair Fisher 7½

E come vuole il più rocambolesco capovolgimento della realtà, i più competitivi e veementi piloti del campionato, si trovano agli antipodi della posizione a loro idonea. Un vero ribaltamento di una situazione che dimostra quanto i successi e le vittorie siano solo il prodotto ultimo di tanti fattori concatenati. Così, se da un lato Campedelli artiglia il quinto posto, lascia entrar luce nel serbatoio del proprio talento, avendo ostentato grande sicurezza nell’ultima giornata, mentre Fisher rimette in discussione le proprie possibilità di emergere, dacché senza costanza, la pura (e grezza) creatività non è sufficiente.

DENTRO IL RALLY

Trofeo Dmack 8

Chiudiamo la pagina delle pagelle con una nota a margine sul Trofeo Dmack, l’ultimo vivaio dedicato a giovani sulla soglia del mondiale, che vorrebbero impararne gli artifici, ma che hanno rischiato di non poterne più usufruire, dal momento in cui anche il JWRC si è orientato sulle DS3 di casa Citroen. La Fiesta R2 è la vettura migliore per avvicinare i meno esperti alla categoria, senza doverlo fare in punta di piedi. Non si può solo sfiorare la serie e così, l’unico modo per poter far fiorire dei talenti, è proprio attraverso una scelta di basso profilo, che rifugga dall’immediata ostentazione del grande palco del Citroen Trophy. E’ il veicolo giusto, che non può non essere promosso, specie da piloti quali Gilbert, Parn, Cave e anche dal più celebre Vatanen, alquanto a suo agio sulla piccola di casa Ford.

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