Fonte: Screenshot Trailer ufficiale Netflix di Motorvalley
Diciamolo subito: Motorvalley non è una serie perfetta (ma qualcuna lo è?). Le trame secondarie a volte si accavallano, certi sviluppi narrativi richiedono una bella dose di sospensione dell’incredulità, e chi conosce davvero il mondo del Campionato Italiano Gran Turismo troverà più di un dettaglio su cui alzare un sopracciglio. Eppure, guardandola dall’inizio alla fine, rimane addosso qualcosa. Un’energia, un ritmo, una voglia di correre che il piccolo schermo italiano non ci aveva abituati a vedere. E per questo, nel complesso, vale la pena.
Ambientata nel cuore della terra dei motori italiana, la serie allarga il concetto di serialità italiana con un racconto sportivo ad alta velocità costruito attorno al mondo delle corse GT. Sei episodi da 42 a 48 minuti ciascuno, disponibili su Netflix dal 10 febbraio 2026, firmati da Matteo Rovere (che dirige in alternanza con Pippo Mezzapesa e Lyda Patitucci), con protagonisti Luca Argentero, Giulia Michelini e Caterina Forza. Un progetto che arriva dieci anni dopo Veloce come il vento, il film di Rovere del 2016 che aveva sorpreso tutti, e che da quel film prende ispirazione.
Per capire cosa sia Motorvalley e cosa voglia essere, bisogna partire da Veloce come il vento. Il filo rosso che unisce i due prodotti è spesso: stesso Matteo Rovere, una protagonista femminile giovane, talentuosa, ribelle con i capelli blu (all’epoca l’esordiente Matilda De Angelis, qui Caterina Forza che fa “Blu” pure di nome), e un protagonista maschile che è un ex pilota caduto in disgrazia con qualche conto da chiudere con il destino.
Non si tratta però di un semplice remake allungato. Motorvalley riprende l’impianto del film per spingersi in un’espansione, un’estensione e un respiro che solo la serialità può garantire. Il racconto prende le mosse dal rapporto e dalle dinamiche di due fratelli, i Dionisi, eredi di una gloriosa dinastia automobilistica colpita dalla scomparsa del padre. Sei ore di televisione permettono di sviluppare personaggi, sottotrame e atmosfere che un film da novanta minuti non può permettersi. E Rovere usa questo spazio con molta intelligenza.
Al centro di tutto ci sono tre personaggi che, sulla carta, non dovrebbero stare nella stessa scena. Elena Dionisi (Giulia Michelini) è la figlia del fondatore della scuderia Dionisi, squalificata per aver manomesso illegalmente la centralina della sua vettura durante una gara a Imola. Dopo un anno di sospensione e la morte del padre, si ritrova estromessa dall’azienda di famiglia, finita nelle mani del fratello Giulio che la porta verso sponsorizzazioni commerciali e una gestione che lei non riconosce come propria.
Arturo Benini (Luca Argentero) è un ex pilota di talento cristallino, ritiratosi dopo un incidente che ha segnato la sua vita in modo irreversibile. Quando lo incontriamo è un uomo che ha smesso di credere in sé stesso, invischiato in debiti e in situazioni al limite della legalità per via di un’amicizia sbagliata con il losco Sergio Casadio (Leonardo Bianconi). Blu Venturi (Caterina Forza) è una giovane pilota cresciuta ai margini, figlia di un campione morto in pista prima che lei nascesse, appena uscita dal carcere con un talento istintivo per la guida che sconfina nel soprannaturale e un carattere spigoloso che allontana chiunque tenti di avvicinarla.
Al centro, la storia di tre perdenti in cerca di riscatto: Elena ingaggia Blu, affidandola alle istruzioni di Arturo. In una concatenazione narrativa, l’incidente che ha segnato Arturo ha visto coinvolto il padre della ragazza. L’obiettivo è semplice: partire dall’Emilia-Romagna e vincere il Campionato Italiano Gran Turismo. Ma non solo: Elena, Blu e Arturo devono fare pace con tre paternità irrisolte, che in qualche modo indirizzano vittorie e sconfitte.
L’inverosimiglianza, qui, è evidente e va riconosciuta apertamente. Una scuderia appena nata, senza budget, con una pilota sconosciuta e un mentore che non sale su una macchina da anni, che compete nel CIGT contro team strutturati e con anni di esperienza: nella realtà non succederebbe mai. Ma il cinema e la serialità sportiva hanno sempre chiesto questo tipo di patto al pubblico, dalla Rocky di Stallone in poi. Se accetti le premesse, il viaggio funziona. E in Motorvalley, per larghi tratti, funziona davvero.
Dove la serie convince di più, senza riserve, è nelle sequenze in pista. Le scene sono state girate direttamente nel contesto autentico del Campionato Italiano Gran Turismo; infatti, gli attori hanno affiancando team realmente in gara. I protagonisti si muovono tra piloti professionisti, vivendo da vicino l’atmosfera dei paddock e dei box, immersi nel fragore continuo dei motori. Questa scelta produttiva coraggiosa e costosa paga dividendi enormi in termini di autenticità visiva.
Imola, Misano, Mugello, Monza: su ogni circuito si consuma una rincorsa che assume le sfumature di una riconquista emotiva. Le riprese a bordo delle vetture GT sono coinvolgenti, il suono è curato con attenzione, e ci sono momenti in cui la velocità sullo schermo si traduce davvero in adrenalina, abbastanza spesso da tenere alta l’attenzione.
Per chi ama il motorsport e il Campionato Italiano Gran Turismo in particolare, vedere quei circuiti, quelle vetture, quella scenografia paddock riprodotta fedelmente è già di per sé un piacere. La serie rende omaggio al CIGT con rispetto, senza ridurlo a semplice sfondo pittoresco, e questo si nota e si apprezza.
Il giudizio sul cast è il punto più controverso della serie, e anche quello su cui le opinioni divergono di più. Su Luca Argentero pesa il pregiudizio iniziale dell’accento romagnolo: il torinese Argentero alle prese con la parlata emiliana-romagnola è una scommessa rischiosa che la serie affronta senza nascondersi. Molte persone credevano che Argentero emiliano-romagnolo facesse storcere il naso, la sorpresa è che invece funziona. Arturo Benini funziona più nelle scene di tensione e nei momenti fisici che in quelle di introspezione, ma nel complesso Argentero ha fatto un bel lavoro.
Giulia Michelini nel ruolo di Elena divide: la sua è una figura costruita per essere forte e determinata, e in certi episodi quella costruzione si vede un po’ troppo, risultando meno naturale di quanto vorrebbe. Nei momenti migliori però trasmette la frustrazione e la determinazione del personaggio con efficacia, e la sua chimica con Caterina Forza cresce episodio dopo episodio.
La vera rivelazione è Caterina Forza nei panni di Blu Venturi. L’attrice regge il confronto il suo personaggio. Blu è il personaggio più riuscito della serie: testa calda, talento smisurato, ferite profonde che emergono a poco a poco senza mai diventare lacrimevoli. È lei il motore emotivo di Motorvalley, nel senso più letterale del termine.
Nel cast di supporto spicca Giovanna Mezzogiorno nel ruolo di Arianna, la madre di Blu, con una presenza scenica che nei suoi episodi alza visibilmente il livello di tutto. Leonardo Bianconi come villain Casadio è invece un personaggio che rimane troppo in superficie, utile alla trama ma mai davvero minaccioso quanto vorrebbe essere.
Uno degli elementi più riusciti di Motorvalley, e forse quello meno discusso nelle recensioni, è il modo in cui la serie usa il territorio emiliano-romagnolo. La serie si snoda tra autodromi e stradine di campagna, attraversando fisicamente e idealmente Imola, Castelbolognese, Reggio Emilia, Ravenna e Rimini. Non è solo una scelta di location: è una dichiarazione d’identità.
La Motor Valley è quella landa di mezzo tra l’Appennino e l’Adriatico che ha trasformato la meccanica in teologia. La serie lo racconta senza didascalie o spiegoni turistici, lasciando che l’atmosfera emerga dalle immagini: le officine, le strade provinciali, i circuiti immersi nella pianura padana, le colline che si intravedono sullo sfondo. Chi conosce quella terra la riconosce e se ne commuove un po’. Chi non la conosce ne rimane incuriosito.
Questo legame tra la storia dei personaggi e il territorio in cui si muovono è uno degli aspetti che distingue Motorvalley dalla serialità sportiva generica. Non potrebbe essere ambientata altrove senza perdere qualcosa di fondamentale. E questo è già un merito non da poco.
Ci sono alcuni passaggi della trama che risultano poco lineari; parlo di elementi narrativi introdotti e poi abbandonati, oppure lasciati senza una vera risoluzione. Ad esempio, SPOILER: la madre di Blu compare inizialmente con un interesse esclusivamente economico, ma in seguito sembra riconciliarsi con tutti senza che venga mai davvero affrontata o sviluppata quella motivazione iniziale.
La trama legata alla criminalità organizzata, con il personaggio di Casadio, è quella che pesa di più in questo senso. Inserita per alzare la posta in gioco e aggiungere pericolo reale alla storia, finisce invece per appesantire la narrazione con dinamiche che appartengono a un genere diverso, senza la profondità necessaria per funzionare da sola. È il classico elemento che nei pitch delle serie sembra indispensabile (“i protagonisti hanno anche la malavita contro”).
La corsa resta più evocata che vissuta: invece di guidare la storia, diventa spesso sfondo dei conflitti tra i protagonisti. È il limite strutturale più evidente: una serie sul motorsport che in certi episodi dimentica i motori per inseguire le dinamiche familiari e sentimentali. Non è un peccato mortale, perché quelle dinamiche hanno comunque un interesse, ma chi si aspettava qualcosa di più vicino all’intensità agonistica di Drive to Survive resterà deluso.
Sì. Con le aspettative giuste, Motorvalley è una serie godibile, a tratti molto coinvolgente, che ha il merito di portare su Netflix un mondo (il motorsport italiano, il GT, la Motor Valley) che la serialità internazionale non aveva mai raccontato. È una serie di buoni mezzi e buon ritmo, in un’ambientazione e in un genere poco battuti dalla serialità italiana.
Per un appassionato di motori è quasi obbligatoria: i circuiti, le vetture GT, il paddock riprodotto fedelmente durante le gare reali del CIGT sono un piacere visivo che difficilmente si troverà altrove. Per uno spettatore generalista, la storia di riscatto funziona abbastanza da tenere incollati per sei episodi, nonostante qualche deviazione narrativa di troppo.
L’inverosimiglianza di certi sviluppi va messa in conto fin dall’inizio. Una scuderia nata dal nulla che scala il CIGT in pochi mesi non è realismo: è il linguaggio del cinema sportivo, lo stesso che ci ha fatto tifare Rocky Balboa contro Apollo Creed sapendo benissimo che nella realtà non sarebbe andata così. Se si accetta quel patto narrativo, Motorvalley diverte, appassiona e, nei momenti migliori, emoziona davvero.
E in un panorama in cui la serialità italiana fatica spesso a trovare il coraggio di uscire dai soliti binari, un prodotto che punta sui motori, sull’Emilia-Romagna, su tre personaggi scomodi e imperfetti merita quantomeno rispetto. Il resto, come avrebbe detto qualcuno con l’accento romagnolo, lo dice la pista.
Ci sono luoghi nel mondo che sembrano costruiti apposta attorno a una passione. Luoghi dove…
Biografia completa di Kalle Rovanperä, il giovane fenomeno finlandese del rally mondiale. Carriera, titoli nel…
Il Campionato Italiano Assoluto Rally Sparco 2026 è pronto a partire con il Rally del…
Carlos Sainz, due volte campione del mondo rally e icona Dakar: carriera, vittorie e impatto…
Ford Escort RS1800, la regina dell’era pre-Group B: storia, tecnica, vittorie e eredità nei rally…
La carriera di Miki Biasion, due volte campione del mondo rally: stile di guida, Lancia,…